La certificazione dei diamanti e il ruolo dell’UE

 

Dallo 007 – Sean Connery di “Diamonds are forever” – “Una cascata di diamanti” a Leonardo di Caprio di “Blood Diamond” – “Diamanti di sangue” non solo corrono quasi 40 anni di storia (cinematografica e non), ma anche una presa di coscienza collettiva su ciò che comporta e ha comportato per anni il traffico illegale di diamanti per i Paesi dell’Africa e per la sua popolazione. Solo nel 2000 infatti è iniziato quel processo chiamato “Kimberley Process” (dal luogo in Sudafrica in cui si è tenuto il primo congresso) promosso dai governi dei Paesi interessati, dalle multinazionali dei diamanti e dalla società civile che ha condotto, con il sostegno dell’ONU, all’adozione di uno schema di certificazione (KPCS) che consente di certificare la provenienza dei diamanti da esportatori che non finanzino guerre civili o meglio gruppi di ribelli che mirano a rovesciare i governi riconosciuti dall’ONU.

KIMBERLY PROCESS – Iniziato nel 2000, dal 1° gennaio 2007 il Kimberley Process conta 45 partecipanti che rappresentano ben 71 Paesi (l’Unione Europea rappresenta i suoi 27 membri), e ha prodotto, grazie alla intransigenza del suo sistema e alle sanzioni introdotte, ottimi risultati in molti dei Paesi africani afflitti da guerre civili per il controllo del traffico dei diamanti: oggi in Sierra Leone, Angola e Repubblica Democratica del Congo il conflitto appartiene al passato anche se la stabilità politica interna è ancora fragile; vi sono invece altri Paesi come la Costa d’Avorio e la Liberia che rimangono sottoposte alle sanzioni delle Nazioni Unite contro il traffico illecito dei diamanti. La situazione più incresciosa determinata dal traffico illegale dei diamanti è il prodursi di sanguinose guerre civili, da qui il nome di blood diamond, diamanti di sangue: parte della popolazione locale, ovvero gruppi di ribelli attirati dai lauti guadagni del commercio illegale di diamanti, ha fondato sul terrore la propria forza, facendo strage di civili, assoldando bambini per la guerra (se ne contano ancora 200.000 in Africa), rendendo schiavi i loro connazionali per il lavoro nei giacimenti di diamanti; tutto ciò per ottenere il controllo del commercio dei diamanti che, per decenni, prestigiose società multinazionali sono state disposte ad acquistare disinteressandosi completamente di ciò che accadeva nei Paesi di provenienza.

LE REGOLE DI CERTIFICAZIONE – L’ESTRAZIONE – Il sistema internazionale di certificazione per i diamanti grezzi estratti e commercializzati legalmente è entrato in vigore il 1° gennaio 2003, da quella data in poi tutte le partite di diamanti grezzi esportate devono essere accompagnate da un certificato non falsificabile in cui si attesti che la spedizione non contiene “diamanti insanguinati”, di conseguenza gli Stati che non applicano questo sistema di certificazione sono esclusi dal commercio di diamanti grezzi. Grazie a questa procedura viene assicurato il monitoraggio dei diamanti lungo tutto il percorso che va dalla estrazione alla vendita. I diamanti infatti dopo l’estrazione vengono condotti presso i competenti uffici governativi che ne attestano la provenienza lecita, quindi vengono collocati in speciali contenitori, sigillati e poi corredati da un certificato convalidato dal governo che ne attesta la provenienza, ciascuno reca un numero di serie esclusivo. I diamanti possono essere importati legalmente solo in uno dei paesi aderenti al Kimberley Process, dove una volta giunti, l’Autorità nazionale preposta, in base alle proprie procedure, controlla il certificato e il sigillo, e nel caso siano rispettate le condizioni previste, convalida il certificato originale e trasmette all’importatore una copia autenticata non falsificabile del certificato convalidato di diamanti; in caso contrario trattiene i diamanti grezzi.

LA LAVORAZIONE – Una volta verificata la regolarità dell’importazione entra in gioco un Sistema di garanzie che assicura il monitoraggio dei successivi passaggi dei diamanti, ossia quando questi sono tagliati, levigati e incastonati in gioielli per essere poi venduti al dettaglio. In ognuno di questi passaggi il diamante deve essere accompagnato da una dichiarazione scritta stampata sulle fatture di vendita attestante che il diamante proviene da fonti prive di collegamenti con conflitti armati: i produttori e i commercianti sono tenuti a verificare, tramite procedure di revisione annuale, le dichiarazioni previste dal Sistema di garanzie ed archiviarle per 5 anni. Il Sistema in parola non obbliga il dettagliante a riportare la certificazione sulla garanzia rilasciata al consumatore finale, ma questi può legittimamente pretendere di conoscere la provenienza del diamante che sta acquistando.

L’UNIONE EUROPEA E IL KIMBERLEY PROCESS – L’Unione Europea – che dal 1° gennaio 2007 ha assunto la presidenza del Kimberley Process – ha istituito, con il regolamento CE n. 2368/2002, “un sistema comunitario di certificazione e di controlli all’importazione e all’esportazione per i diamanti grezzi ai fini dell’attuazione del sistema di certificazione del processo di Kimberley”. L’Unione Europea assicura quindi il monitoraggio dell’importazione e dell’esportazione dei diamanti nel suo territorio, prevedendo due distinti regimi: infatti se per l’importazione valgono in linea di massima le regole innanzi descritte, per l’esportazione l’autorità comunitaria può rilasciare un certificato comunitario ad un esportatore qualora abbia accertato che l’esportatore ha dimostrato in modo inconfutabile che i diamanti grezzi, per la cui esportazione si richiede il certificato, sono stati importati legalmente in conformità delle disposizioni previste dal regolamento; che le altre informazioni richieste sul certificato sono corrette; che i diamanti grezzi sono effettivamente destinati al territorio di un paese partecipante al processo di Kimberley e sono trasportati in un contenitore a prova di manomissione.

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